Ci siamo abituati alla guerra, torniamo a considerare gli ucraini persone come noi
Per qualche settimana per cause di forza maggiore ho fatto da osservatore agli eventi che ruotano attorno all’Ucraina e alla guerra d’invasione russa. Non ne ho scritto, non ne ho parlato, non ne ho discusso. E ammetto che scegliere di ricominciare a farlo non è stata una scelta facile e forse non sarà definitiva. Tornare ad ammucchiarsi e scannarsi con tutti gli acchiappalike da social e con i nuovi e vecchi esperti del dolore (degli altri) è un rischio che non voglio correre.
Quindi non parlerò di Trump, non parlerò di Travaglio (non l’ho mai fatto), non parlerò dell’ennesimo complotto contro Zelensky che ha portato alle dimissioni Yermak, non parlerò di Pokrovsk.
Ma di una cosa voglio comunque parlare, perchè nessuno alla fine di questo parla mai: non stiamo più considerando gli ucraini come essere umani e, invece, dovremmo tornare a farlo al più presto.
Abituati alla guerra degli altri
Le parole di Olena Zelenska di qualche giorno addietro in visita a Parigi sono pura verità: “Europei non abituatevi alla nostra tragedia”. Purtroppo lo abbiamo già fatto.
Ci siamo abituati a considerare ogni nuovo attacco su Kyiv come la norma. Ci siamo abituati a contare cinicamente quanti droni e missili sono stati abbattuti e quanti invece si sono schiantati su qualche palazzo civile. Ci siamo abituati a considerare normale l’Inverno ucraino in assenza di elettricità e riscaldamento, come se tutto fosse sempre stato così e sempre sarà così, come se questo non provocasse loro dolore, fisico e morale. Che sarà mai nel 2025 avere interruzioni elettriche per 16 ore al giorno, nella migliore delle ipotesi.
La russia (e per un certo verso anche noi con la nostra inadeguatezza) ha costretto intere generazioni di donne, uomini e bambini ucraini a non venir più considerate “come noi”, ma come dei martiri, delle persone loro malgrado speciali. E come tali inclini al dolore e alla sofferenza. E anche noi, sotto sotto, ci siamo abituati a considerarli dei martiri o degli eroi.
Ma non è così. Dietro il dolore e la sofferenza ci sono persone in carne e ossa che hanno i nostri stessi sogni, le nostre stesse paure, le nostre ambizioni. L’unica differenza con noi è che i sogni e le ambizioni per gli ucraini devono essere eternamente rimandati alla fine della guerra.
Dobbiamo tornare a considerare il popolo ucraino un insieme di persone esattamente come noi, non un agglomerato di martiri e santi eternamente devoti alla causa dell’indipendenza dal giogo russo. Questa è solo una necessità, uno status temporaneo neppure troppo gradito.
Torniamo a considerarli cittadini europei come noi per capire che quello che sta succedendo a Kyiv e dintorni non è normale. Non lo è mai stato e non lo sarà mai. Torniamo ai primissimi giorni dell’invasione russa, quando le immagini di donne e bambini in fuga dalla guerra ci avevano strappato più di una lacrima e più di un senso di vergogna per quel che stava succedendo e per quel che noi non stavamo facendo.
Il fatto che molti, quasi tutti, poi siano tornati alle loro case in Ucraina non significa che “allora se la sono cercata” oppure che siano eroi senza paura. Significa che sono esattamente come noi, attaccati alle proprie radici, alla propria terra e sì, anche ai propri beni materiali. Attaccati a quello che si sono e ci siamo conquistati con una vita di lavoro.
Abituarsi alla guerra degli altri è facile, pensare che noi abbiamo fatto qualcosa di speciale o di magico per non meritarci questo trattamento è altrettanto illusorio e stupido.
Disumanizzazione positiva
Abbiamo spesso parlato di disumanizzazione degli ucraini da parte della propaganda russa. Verissimo, ed è una piaga più attuale che mai. Ma sicuri che quando giochiamo a prevedere quale territorio domani sarà scambiato per chissà quale farlocca garanzia di sicurezza non lo stiamo facendo anche noi?
E, al contrario, quando invece affermiamo che gli ucraini non cederanno mai in questa guerra, non li stiamo spingendo noi stessi al martirio? Non li stiamo disumanizzando (anche se con accezione positiva) trasformandoli tutti in eroi senza macchia con il dovere di immolarsi anche per noi?
Forse esagero, forse sono solo elucubrazioni mentali che non porteranno da nessuna parte, ma vorrei fossero un modo per approfondire il pensiero che al posto degli ucraini saremmo potuti esserci stati noi. Che non siamo certo dei santi, nè martiri, nè eroi.
Ma persone normali che avrebbero, in quel caso, davvero bisogno di un grande aiuto e di meno filosofia. Proprio quella stessa filosofia che sto facendo io ora.
Torniamo a considerare gli ucraini non più supereroi di qualche universo narrativo alternativo, ma persone che si differenziano da noi solo per la tragedia che stanno vivendo. Disabituiamoci alla guerra, disabituiamoci a scorrere velocemente le immagini dei ragazzi caduti al fronte che tornano nelle loro città di origine accolti dagli amici in ginocchio. Disabituiamoci a considerare normali le bare bianche dei bambini uccisi nei loro letti da un drone o da un missile. Torniamo a riconoscere l’orrore, anche se accade ogni giorno, anche se accadrà ancora per degli anni. E continuiamo a parlarne, ma non per avere un like in più, ma perchè ci teniamo veramente.
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