casco ucraina olimpiadi

Le Olimpiadi della vergogna, un’altra carezza alla russia. Onore a Vladyslav Heraskevych.

L’ultima carezza ai terroristi russi arriva (ancora) dal CIO. Squalificato l’atleta Vladyslav Heraskevych “colpevole” di aver onorato gli atleti ucraini caduti per difendere la loro patria dall’invasore russo. Perchè secondo il portavoce del CIO “simpatizzare o essere d’accordo con quel messaggio, una volta che apriamo la porta a quell’espressione, è difficile fermare l’espressione di qualcuno con cui potremmo non essere d’accordo“. Capito? Negli apparati governativi di uno dei più importanti organismi sportivi al mondo non sono in grado di discernere la realtà dalla finzione, l’aggressore dall’aggredito, la brutalità del terrorismo dalle vittime dello stesso. Perchè poi alla fine chi non è davvero d’accordo con questo messaggio? I russi, solo e sempre loro. E non c’entra che a queste Olimpiadi la bandiera russa non sia neppure ammessa proprio per la sua invasione militare dell’Ucraina, loro, i russi, sono sempre lì a dettar legge su come dobbiamo pensare e cosa dobbiamo fare per tutelarli. Poverini.

La guerra degli ucraini

E anche questa volta ci siamo riusciti a far sentire sempre più soli gli ucraini. Ci siamo riusciti perchè poi non è che ci sia stato questa grande sollevazione tra gli atleti olimpici e il loro staff per difendere la scelta del ricordo di Vladyslav Heraskevych. Su oltre 2900 atleti in garo quanti di loro si sono esposti per difendere l’atleta ucraino? Nessuno o quasi. Le delegazioni in gara rappresentano appieno lo spirito olimpico contemporaneo, l’apaticità asfittica del disinteresse e del disimpegno totale. E anche la paura di fare uno sgarbo a chi, nonostante rappresenti un paese terrorista, un domani prossimo potrebbe tornare. Insomma, uno schifo totale, ma che descrive molto bene lo stato dell’arte della nostra società.
Ma che di Ucraina e di guerra agli organizzatori non interessi granchè era già palese dalla richiesta, scontata quanto inutile, di una tregua olimpica durante lo svolgimento della rassegna. Un atto tanto vuoto quanto stupido, perchè come al solito rivolto super partes a tutti, aggressore e aggredito come un’unica entità, senza mai nominare la russia. Per carità, non vuoi mai che qualcuno al cremlino si arrabbi. Almeno hanno avuto il buongusto di non provarci neppure a spingere troppo su questo discorso, già scoraggiati in partenza.

Questo significa comunque una sola cosa: gli ucraini sono i soli a portare la croce della guerra, lo sono sempre stati e non sembra che molti li vogliano aiutare. Gli ucraini vengono uccisi, le loro città rase al suolo, gli atleti (quelli sopravvissuti) si allenano in condizioni impari rispetto agli avversari per preparare questi eventi e nessuno riconosce loro nessun merito. Anzi, gli viene data l’ennesima bastonata perchè ricordare il dolore e le difficoltà che un’intera popolazione vive ogni giorno per causa della russia potrebbe dare fastidio a “qualcuno che non è d’accordo”. Gli ucraini non meritano, a quanto pare, di competere alle stesse condizioni degli altri, non meritano di poter neppure dare voce alla propria sofferenza. Perchè sarebbe inelegante. Le Olimpiadi ormai sono questa cosa qua. Sono diventate una buffonata fuori dal tempo e fuori dal mondo. E fuori dalla coscienza.  

E se invece che gli atleti ucraini sul casco...

Capiamoci bene, era tutto prevedibile, ma ciò non rende meno schifosa la faccenda. E infatti ancora mi ritrovo a stupirmi di quanto a nessuno importi granchè del mondo in cui vive e non importi granchè della più grande disgrazia dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi che ogni giorno travolge le città ucraine. C’è poco da comprendere o da domandarsi a riguardo. Ma una cosa, almeno una, chiediamocela.
Se al posto degli atleti ucraini caduti in guerra sul casco di Heraskevych ci fossero stati i “50.000 martiri di Hamas”, quale sarebbe stata la reazione dei quasi 3000 atleti presenti a Milano Cortina? Forse, in questo caso, una deroga ci sarebbe potuta essere, perchè, come al solito, la fantasia supera sempre la realtà.

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