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quel maledetto giorno ucraina 24 febbraio

Quel maledetto giorno

Naturalmente anche per me come per qualunque ucraino (anche se vivo in Italia ormai da quasi vent’anni) quel maledetto giorno ha cambiato tutto. I problemi di prima sembravano barzellette. Il cielo, seppur di una limpidezza straordinaria, pareva cupo e minaccioso. Le piccole insicurezze si trasformarono in fretta in un buco nero, un buco che risucchia senza chiedere permesso ai pensieri: persone, animali, case, diritti, sogni. Era forse uno di quegli incubi a cui piace tanto farmi visita? No, erano semplicemente i russi venuti a “liberare” tutto ciò che mi era così caro nella vita. E se leggere questo vi provoca angoscia, pensate che in quel momento in Ucraina i miei incubi erano realtà: le persone venivano uccise, stuprate, torturate e rapite senza distinzione. Bombe e missili cadevano spietati su ospedali e scuole (e continua a succedere mentre scrivo tranquilla sulla mia morbida poltrona). E da qui la corsa in supermercati e farmacie per prendere più cose possibili da mandare in Ucraina, i prelievi al bancomat, non importa per chi. Come diciamo sempre noi sui ragazzi ucraini nelle trincee “sono tutti nostri, sono loro che ci difendono, la terra è la nostra, il nemico è lo stesso, noi siamo una famiglia e dobbiamo fare tutto ciò che nel nostro potere, ovunque siamo, per aiutarli“.
E vogliamo poi parlare delle telefonate angoscianti a parenti e amici rimasti là, in Ucraina, per sapere se andava tutto bene, se erano al sicuro, su come potevamo aiutarli?

Si vestono come noi

In questo calderone di shock, disperazione e tanta voglia di aiutare sembrava almeno esserci un notevole spiraglio di speranza, quello di essere visti dal mondo esterno per ciò che in realtà siamo sempre stati: scrittori, scienziati, dottori, operai…insomma europei. Tutto il mondo sembrava essersi svegliato, soprattutto dopo gli orrori di Bucha e Irpin con tanto di infinite prove e testimonianze sull’accaduto. I politici che per la prima volta visitavano l’Ucraina trovavano ad accoglierli niente meno che fosse comuni zeppe delle vite torturate e spezzate dall'”affascinante e romantico” mondo russo studiato e ammirato ovunque attraverso Dostojevsky & c.
I puntini sulle “i” sembravano ritornare sopra i legittimi proprietari e nessuno spazio per fraintendimenti pareva fosse contemplato. L’Ucraina è vittima dell’invasione terrorista russa.
Ricordo benissimo però quel preciso istante in cui questo spiraglio iniziò ad offuscarsi nella mia mente: accendo la televisione (nei primi mesi credo fossimo tutti incollati allo schermo per seguire secondo per secondo gli sviluppi in Ucraina) e vedo le immagini delle madri disperate con i loro bambini e con i loro zaini contenenti un’intera vita che attraversavano il confine nella ricerca della salvezza e sento la voce che commenta il servizio dire: “sono vestiti come noi“.

Ho sentito bene? “Sono vestiti come noi”? Perchè aveva detto così? Non sapeva che gli ucraini seguivano gli stessi trend della moda, come in Italia, come in tutto il mondo? E cos’altro avrebbe “scoperto” sugli ucraini nel servizio del giorno dopo? Che abbiamo addirittura l’ardire di sognare il Louvre di Parigi? E che oltre a sognarlo lo visitiamo per davvero? Intendiamoci, solo pochi giorni prima dell’invasione parlavo con una mia amica in Ucraina del suo progetto di trascorrere un weekend di relax nei Carpazi, uno di quei discorsi che spesso faccio con gli amici proprio qui in Italia. Il weekend della mia amica nei Carpazi non si è mai compiuto e non ne parlammo più.
Nel nostro mondo, nella nostra Ucraina da poco invasa dai terroristi russi, avevamo tutto ciò che voi avevate qui, in Unione Europea: appartamenti, carriere, l’ultimo Iphone, progetti di viaggio. Per il giornalista (o la giornalista, perdonatemi nella confusione del periodo non ricordo questo dettaglio) colpevole di aver detto che gli ucraini “si vestono come noi” il problema non erano le differenze culturali o la velocità con cui un capo di abbigliamento passa di moda (nemmeno Chanel riuscirebbe a starci dietro). Il problema era che parecchi italiani, che così gentilmente ci aiutavano, ci vedevano come una specie di profughi del terzo mondo per i quali la guerra, tutto sommato ha fatto anche bene, dandoci la possibilità di toccare finalmente con mano quella terra promessa, la democrazia e dandoci la possibilità di possedere bei vestiti.

Nei libri ho dissipato alcuni dubbi

Ben presto i mie dubbi svanirono. Successe quando per la prima volta dopo l’invasione su larga scala sono andata in libreria per prendermi qualcosa di frivolo da leggere per distrarmi da tutta questa situazione. Appena entrata il senso di angoscia mi assalì. Ovunque mi girassi non vedevo altro che classici russi, guide turistiche su mosca, scaffali pieni di ideologi filorussi, ma poco o nulla sull’Ucraina. Non è che non mi fossi mai accorta prima d’ora dell’esistenza degli autori russi, moltissimi di quei classici li avevo letti pure io a scuola (proprio in Italia) e su certi libri di quegli ideologi filorussi già conosciuti prima del 24 Febbraio avevo già fatto dei discorsi che la mia educazione non mi permette di riportare qui. Avete capito.
Ora che la grande guerra era cominciata e la realtà sull’imperialismo russo svelata, tutto questo schifo disinformativo sembrava cadermi addosso dagli scaffali senza nessuna bandiera giallo/blu a farmi da scudo, nessun Taras Shevchenko per dirmi con il suo sguardo severo di non frignare e nemmeno Vasyl Stus a raccontarmi nuovamente (ma stavolta in italiano) dei suoi anni passati in prigione e delle torture che ha dovuto sopportare e che sì, sono sempre stati loro. Proprio loro.
Se ancora oggi dobbiamo spiegare a qualcuno che non siamo nazisti è perchè la russia si è guadagnata il suo diritto di essere su quegli scaffali con genocidi e guerre in giro per il mondo, cercando di cancellare con la sua becera propaganda, spesso mascherata da cultura, le nostre tracce e quelle degli altri paesi confinanti. Per non parlare dei suoi orchi servitori che costituiscono spesso le maggioranze politiche. Ma questa è un’altra storia, non ho abbastanza spazio in questo articolo per parlare anche delle magliette con la faccia di putin o dei servizi segreti russi che scorrazzavano indisturbati per le deserte strade italiane mentre noi eravamo chiusi in casa in quarantena chiedendoci se il mondo stava per finire. Vi pare? (P.S. Si sarebbe scoperto pochi mesi più in là che quello del COVID non era il virus più subdolo e pericoloso ahimè)

Per concludere vi dico che quel barlume di speranza, sebbene cambi misura ogni secondo, ci sarà sempre per chi vorrà rimboccarsi le maniche per riprendere in mano il proprio destino, per chi vorrà capire, come hanno sempre fatto gli ucraini, l’importanza della libertà. E mentre gli Eroi ucraini saranno lì in trincee fredde e fangose per difendere tutto l’occidente dalla minaccia russa, noi scriveremo articoli, libri, andremo a manifestazioni, scriveremo lettere di dissenso ai sindaci filoputiniani, faremo donazioni, racconteremo le loro storie e difenderemo il loro nome. Per far sì che le bombe non arrivino anche da noi bisogna riempire i famosi scaffali di luce dell’informazione. Perchè, amici miei, quel barlume di speranza ha un nome ben preciso: Ucraina.

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